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olio pantaleo

L’attenzione dei consumatori sul tema della trasparenza delle etichette e sull’effettiva provenienza dei prodotti è cresciuta notevolmente negli ultimi anni.

Questa maggiore sensibilità del pubblico è stata seguita, a stretto giro, dai mezzi di comunicazione, vecchi e nuovi: in televisione, sui social, sulle riviste specializzate, sovente si parla di truffe (o presunte tali) da parte di aziende che venderebbero come italiano un prodotto che non lo è, se non in parte.

Numerose sono anche le indagini, che, con clamore mediatico, prendono di mira note aziende del settore indagando su pratiche commerciali scorrette riguardo la discrepanza tra provenienza geografica delle cultivar ricostruite vedremo come e dichiarazioni in etichetta.

I test sull’olio Pantaleo

E’ successo, ad esempio, a dicembre 2015, con un’indagine ad opera del Corpo Forestale dello Stato, ai danni, tra gli altri, della Nicola Pantaleo Spa, azienda di Fasano. Nello stesso periodo, anche l’oleificio Santagata , in Liguria, viene interessato da una indagine che riguarderebbe una presunta frode in commercio: l’importazione di olio dall’estero e la vendita con il marchio italiano di “extravergine di oliva”.

Tutte queste indagini sarebbero accomunate dal tipo di analisi con cui le autorità avrebbero verificato la provenienza delle cultivar: l’analisi del DNA, demandata all’Istituto di Bioscienze e Biorisorse del CNR (IBBR),
La trasmissione Mi Manda Rai Tre ha dedicato ampi spazi, in una sua puntata, a questo tipo di test, completando anche una prova comparativa di oli venduti come italiani, al fine di verificare la loro provenienza e quindi l’effettiva rispondenza alle dichiarazioni di etichetta.

Durante la trasmissione viene pubblicato un elenco di oli d’oliva, per molti dei quali non ci sarebbe rispondenza tra quanto dichiarato in etichetta e quanto risultante dalle analisi del DNA.

La scarsa attendibilità del test DNA sull’olio Pantaleo

I rappresentanti dell’industria olearia, presenti, in studio, osservano come il metodo dell’analisi del DNA sia sperimentale e non idoneo, allo stato dell’arte attuale, a fornire risultati verificabili e certi.

Anche molti studiosi , per la verità, esprimono dubbi sull’attendibilità di tale metodologia di analisi.
Innocenzo Muzzalupo, ad esempio, ricercatore del Consiglio per la Ricerca in agricoltura e l’analisi dell’Economia Agraria (CREA), osserva che spesso, a proposito del test del DNA, vengono riportate informazioni non del tutto corrette.
Vediamo alcune argomentazioni riportate dal ricercatore a conferma della scarsa attendibilità del test del DNA.

Innanzitutto, le analisi attuali del DNA da olio d’oliva permettono di poter risalire all’origine varietale e non all’origine geografica dell’olio stesso. Ad esempio, se l’analisi del DNA di un ipotetico campione di olio d’oliva stabilisce che lo stesso è stato ottenuto da varietà di olivi autoctoni italiani, si può anche affermare che questo olio è stato prodotto in Italia? La risposta è: NO.

Il test non può accertare la provenienza delle olive dell’olio Pantaleo

Allo stesso modo nel caso il test del DNA accerti che l’olio è prodotto da varietà di olive che NON siano autoctone italiane, non si può escludere che queste siano state coltivate in Italia e frante in Italia.

La ratio alla base di queste importanti osservazione risulta quasi banale. Si consideri la storia dell’olio d’oliva, antica quanto l’umanità stessa. Non solo olive (e i loro semi) e olio erano già alimenti fondamentali nella Roma e nella Grecia antica, ma addirittura popoli ancora più antichi come gli Armeni e gli Egiziani ne facevano largo uso e commercio.

Dunque l’olio e le colture di olivo hanno viaggiato per secoli tra i paesi del mediterraneo, “contaminando” con le varie colture di olivo i vari paesi interessati dal commercio.

Pertanto, non appare nè strano nè improbabile che nelle migliaia di anni di scambi e contaminazioni culturali e agronomiche, le “cultivar” olivicole abbiano viaggiato, insieme ai loro prodotti, in gran parte del mediterraneo, figurando nei campi degli agricoltori dell’area, e producendo, anche oggi, olive destinate alla frangitura dell’olio poi messo in commercio.

Dunque il test del DNA non può far risalire in modo certo all’origine geografica dell’olio d’oliva, che invece può essere ricostruita usando altre tecniche e metodiche come ad esempio l’approccio della spettroscopia nel vicino infrarosso (FT-NIR), l’esame del rapporto isotopico, la chemiometria.

E’ interessante notare come tali tecniche NON siano state usate ad esempio, nelle indagini che riguardano la Nicola Pantaleo Spa e le altre aziende conivolte.

“In conclusione” chiosa il dott. Muzzalupo il test del DNA permette di risalire in modo certo alle varietà di olive che hanno contribuito alla produzione dell’olio stesso, dunque serve per determinare l’origine varietale dell’olio d’oliva. Non è un risultato da poco, ma non si può dare altro significato al di fuori di quello che ha realmente.”

Per queste sue peculiarità il test del DNA risulta molto utile per la verifica del rispetto dei disciplinari DOP e IGP ma anche, la tutela e la valorizzazione delle produzioni tipiche italiane. Le produzioni DOP ed IGP (di olio così come di altre eccellenze italiane), sono produzioni tipiche fortemente legate alle caratteristiche del territorio di coltivazione. In particolare, per quanto riguarda l’olio, esiste un disciplinare di produzione DOP e IGP che descrive in dettaglio tutte le caratteristiche produttive e le varietà di olivo che devono essere impiegate per estrarre uno specifico olio.
L’eventuale presenza accertata di varietà non indicate nei disciplinari costituisce una violazione al disciplinare stesso. In questo caso l’analisi del DNA non solo è utile ma, è l’unica tecnica che permette in modo certo di affermare l’origine varietale dell’olio.

Dunque, l’analisi del DNA non serve contro le frodi del “Made in Italy” ma, è un efficacissimo metodo contro quelle violazioni dei disciplinari DOP e IGP

Un’altro importante argomento portato dal dott. Muzzalupo a detrimento dell’utilizzabilità dell’analisi del DNA in indagini giudiziarie come quella che ha coinvolto la Nicola Pantaleo SPA ri riferisce alla non riconducibilità dell’analisi al metodo scientifico definito da Galileo Galilei.

Un dato, dice Galileo, perchè sia scientifico, deve essere oggettivo, affidabile, verificabile e condivisibile. Nel caso dell’analisi del DNA mancherebbe la verificabilità e condivisibilità, in quanto al momento non esiste una una banca dati certificata che raggruppa i profili molecolari dell’intero germoplasma olivicolo mondiale.

Di conseguenza, ogni associazione con un dato profilo varietale risulterebbe alquanto impreciso (appunto perchè non verificabile nè condivisibile) quando non del tutto sbagliato.

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